La Cina ferma alla dogana i prodotti europei e americani, cosa è successo?

I capi di H&M, Nike, Zara, si sono visti negare l'ingresso nel paese, con l'accusa di contenere coloranti nocivi: perché, dietro la mossa politica, c'è ancora, probabilmente, il cotone dello Xinjiang.

zara cina
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"Merce scadente, e potenzialmente pericolosa": così la dogana cinese ha di recente bollato alcuni capi per bambini di H&M, Nike, Gap e Zara. Un'accusa pesante, rilanciata inizialmente dal South Morning China Post, secondo il quale l'amministrazione generale della dogana del paese ha elencato 81 lotti – che includono indumenti, ma anche giocattoli, spazzolini e scarpe – non conformi all'ingresso nel paese. Una mossa che, pur senza citare la faccenda Xinjiang, sembra un attacco frontale ai brand che a marzo si erano schierati a difesa dei diritti umani dei lavoratori del cotone di quell'area, la minoranza degli Uiguri, etnia turcofona di religione islamica, sottoposta a lavoro forzato e campi di rieducazione. Nello specifico, la Better Cotton Initative (BCI), programma guidato da World Wildlife fund for Nature, di cui Nike, H&M e Zara sono membri, si era infatti schierata a marzo a difesa della minoranza, asserendo che non avrebbe più comprato prodotti provenienti da quella regione – dove, la Cina sostiene, è necessario un maggiore controllo per sventare il terrorismo di matrice islamica – e che si era smesso già dallo scorso ottobre qualunque tipo di attività. Una presa di posizione che aveva provocato un'alzata di scudi da parte del governo, gli inviti al boicottaggio dei brand all'interno della BCI (tra i quali figurano anche Adidas e Burberry) e la rimozione dei loro prodotti dai principali marketplace cinesi, da Taobao a JD passando per Pinduoduo. Pur rimanendo gli store di H&M aperti, secondo la BBC la loro posizione è stata cancellata dalle app delle principali compagnie di taxi del paese. Un paese che, in questo caso, non ha appunto citato la questione Xinjiang, sostenendo che, semplicemente, trattasi di controlli di routine, durante i quali sono stati identificati coloranti nocivi nei vestiti da bambine di H&M, nelle maglie in cotone di Zara, nelle t-shirt in cotone di Nike e anche nei pigiami da bambino di Gap, così come nelle t-shirt di Gu, rivenditore affiliato di Uniqlo.


Un episodio già accaduto ad H&M e Zara lo scorso maggio 2020, e che per la prima volta include nella lista anche Nike, Gap e Gu. La notizia ha ovviamente portato accese discussioni sui social del paese, dove si invoca a gran voce un maggiore sostegno dei brand nazionali, e si sconfessa con forza qualunque tipo di accusa rispetto alle azioni del paese nello Xinjiang, nonostante, in uno sforzo congiunto, lo scorso marzo, Unione Europea, Usa, Uk e Canada, abbiano imposto delle sanzioni ( il divieto d'ingresso nei loro paesi e il congelamento dei beni economici su conti intestati a banche straniere) a 5 ufficiali cinesi, accusati di violazione dei diritti umani. Tra di loro ci sono Chen Mingguo, capo della polizia locale dello Xinjiang, Wang Mishan, membro del partito comunista cinese che secondo l'Unione Europea "ha un ruolo chiave nella detenzione degli Uiguri", e altre figure politiche. Sanzioni che l'Europa non comminava alla Cina dai fatti di piazza Tienanmen del 1989, e alle quali la Cina ha risposto, a sua volta, sanzionando diverse figure politiche europee. La via della Seta non è mai stata così impervia.

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