«Il passato non è morto. Non è nemmeno passato» racconti dall'Alta Moda 2021/2022

Immersione nelle collezioni della Haute Couture della prossima stagione, tra arte, città antiche, dubbi eterni.

Cosa farne di tutto questo passato, così glorioso ma così ingombrante? Come confrontarsi con i Padri Fondatori dell’eleganza ad personam: “ucciderli” come sosteneva Sigmund Freud, contrapponendo un’estetica completamente rifondata, o rispettarne gli insegnamenti alla lettera? Questo interrogativo ha serpeggiato sottotraccia durante le sfilate di Alta Moda per l’Autunno Inverno 2021/22, che si sono concluse con il commovente show veneziano di Valentino alle Gaggiandre: le prime quasi tutte in presenza durante un’estate post-vaccinale e però ancora assediata da paure di contagio, contrariata da sogni negati, turbata da una “normalità” più dichiarata che reale. E, nel triangolo magico della sartoria autoriale che suoi vertici ha creatività spinta al massimo, savoir-faire a livelli supremi e assenza di strettoie commerciali, fare i conti con ciò che è stato si è rivelato il tema fondamentale. E non riguarda solo Demna (scordatevi Gvasalia, ormai vuol essere chiamato solo per nome, come Prince) al suo esordio nella couture di Balenciaga, di cui è direttore creativo, o al debutto di Peter Mulier al timone della maison Azzedine Alaïa, ma anche per Virginie Viard da Chanel, Chitose Abe di Sacai da Jean Paul Gaultier, Kim Jones da Fendi, e addirittura anche nomi già collaudati come Maria Grazia Chiuri da Dior, Pierpaolo Piccioli da Valentino e John Galliano per Margiela.

Christian Dior Haute Couture AI 2021/22
Filippo Fior

Ci è venuta in mente la frase di William Faulkner, diventata poi meme, nel romanzo Requiem per una monaca: «Il passato non è morto. Non è nemmeno passato». È una frase misteriosa, certo. Ma fino a un certo punto: noi viviamo di esperienze che formano ricordi e modellano le nostre azioni. Ma il passato è mutevole, sempre oggetto a interpretazioni. È il filtraggio mentale di eventi fondamentali trascorsi, non differente dal gioco del telefono che si faceva alle festicciole da piccoli, in cui una persona dice qualcosa che la ripete a un’altra, trasformandosi in qualcosa di simile ma definitivamente modificato. Il messaggio originario è dunque mediato dall’adesione ai gusti che cambiano, anche se mantenuto intatto nel suo significato a cui si aggiungono, altri valori che appartengono alla contemporaneità. Nella moda aureolata da nomi tanto potenti si dovrebbe trasportare nel qui e ora i valori fondanti di uno stile come parte di un dialogo con l’oggi, evitando l’effetto-replica di ciò che già è stato realizzato, solo perché si vuole mostrare rispetto.

Ma la couture è nostalgica per natura, dirà qualcuno: come lo è ascoltare vinili invece degli mp4 o mandare biglietti scritti a mano per gli auguri di Natale invece di una gif via WhatsApp. Farsi fare un abito su misura, procedimento sartoriale che richiede varie prove e ha costi così astronomici da essere riservato a circa 200 donne nel mondo, è in sé un’espressione di un tempo andato. Ma, paradossalmente, proprio perché così anacronistica e quindi fuori dalle costrizioni di date, tempi e tendenze, si rivela sempre di più una zona franca dove creare prototipi, anche di pensiero, che poi verranno usati – una volta mitigati e addomesticati – anche e soprattutto dal prêt-à-porter. Perché il filtraggio di cui parlavamo prima, significa anche guardare all’alta moda con sguardo e considerazione nuovi, cogliendone l’aspetto sperimentale e, nello stesso tempo, di sogno. Ma anche di critica sociale.

Esempio: chi, come noi, ha visto la splendida collezione di Balenciaga in streaming, non ha potuto fare a meno di notare che, nei pochi minuti prima del défilé, in cui la camera inquadrava i pochi, eletti invitati si baciavano, si baciavano, si baciavano mentre, come colonna sonora, c’erano bruttissime musichette da ascensore, tanto banali da non essere frutto di una scelta ponderata.

Ma quando nell’atelier del leggendario couturier spagnolo riaperto per l’occasione 53 anni dopo la sua chiusura hanno cominciato a comparire i vestiti, è piombato il silenzio: «Sshhh... Prendete posto. Rispettate l’artista», ha scritto Vanessa Friedman sul New York Times, che ha continuato: «La storia è uno degli argomenti di tendenza del momento, in tutte le sue dimensioni problematiche: chi la definisce, come la insegni, come ne parli. E i designer non ne sono esenti». Quella solenne assenza di suoni che non fossero il fruscio delle stoffe era un omaggio a Cristobal e al suo modo di presentare i suoi monumenti tessili, (oltretutto lui voleva mannequin non belle perché ci si concentrasse sui vestiti), ma il contrasto era così forte da far apparire comica la prima parte e sacrale la seconda: frivolezza comportamentale di un fashion system in quasi rovina contro architetture sartoriali millimetriche, perfino nella proposta di smoking apparentemente troppo grandi, quasi sbagliati, affiancati da capolavori indossabili di proporzioni auree. Molte erano sormontate da un cappello preso pari pari dalla lampada Nesso di Artemide dei Sessanta, ovvero nel periodo in cui lo stesso Balenciaga – più precisamente nel ’68 - chiude l’atelier, premurandosi prima di accompagnare l’ultima cliente da Monsieur Hubert de Givenchy, che aveva l’atelier di fronte. Demna ha inserito nell’impeccabile défilé anche l’elemento ironico: la pelliccia di piume di seta realizzate a mano una per una, dicendo che questa è vera sostenibilità, il che insinuando il dubbio che, per essere attendibili ambientalisti, forse bisognerebbe essere molto ricchi. E questo significa creare dibattito, rendere moderna la visione del mondo di cui era dotato Balenciaga, era uomo di cultura enciclopedica ma di facile sdegno e di carattere infiammabile. Demna ne ha riproposto le silhouette più celebri, ma non si è limitato a questo.

Tradurre non è sempre tradire, ma trasportare da un’epoca all’altra.

Laddove la citazione è stata più letterale o addirittura fin troppo esplicativa, come nelle sfilate, rispettivamente, di Mulier per Alaïa (con l’inclusione di remake di specifici pezzi d'archivio, come le cinture traforate), o di Kim Jones per Fendi (un inno alla capitale italiana che, nel video diretto da Luca Guadagnino, raggiungeva livelli didascalici) il risultato si è rivelato splendido ma calligrafico, e quindi meno forte, meno graffiante, meno grintoso. Al contrario, la sfilata di Virginie Viard per Chanel, secondo chi scrive la più bella da lei disegnata per la maison, partita dal ritrovamento di immagini nel guardaroba personale di Coco in occasioni frizzanti e mondane - presenti al Palais Galliera, che ospita la mostra Gabrielle Chanel: Fashion Manifesto - una fonte d’ispirazione che porta alla ribalta il discorso di un vintage volontario. Una maniera di tributare alla fondatrice un pensiero di gratitudine, ma anche l’immissione di un altro tema forte di oggi: la moda circolare.

Chanel Haute Couture AI 21/22
Courtesy of Press Office

«La moda non è arte, perché l’arte non ha funzioni, mentre la prima deve rivestire un corpo», riflette con la sua dose di massiccia intelligenza emotiva Pierpaolo Piccioli, direttore creativo di Valentino. Sta parafrasando, più o meno consapevolmente la famosa frase pronunciata da Yves Saint Laurent secondo cui «la moda non è arte, ma ha bisogno di un artista per farla andare avanti». Del suo maestro, di cui porta avanti l’opera declinandola sempre in modalità attaccate alle evoluzioni sociali, Pierpaolo coglie il glamour, la grazia, la felicità nelle proporzioni, la maestria nelle lavorazioni: ma a differenza di Valentino Garavani, lui infonde nelle sue creazioni quella dose di sentimento e di umana empatia che appartengono solo a lui. Lo show alle Gaggiandre, con il pubblico invitato a vestirsi di bianco, azzera finalmente qualunque lamento sulle gerarchie culturali e le discussioni se la moda possa essere definita “arte applicata” o meno. Con l’aiuto di Gianluigi Ricuperati, ha selezionato 17 pittori, alcuni più noti e altri agli esordi, cui ha chiesto di realizzare un’opera ad hoc, che è stata riprodotta con certosini lavori di patchwork, evitando così il rischio del tessuto dipinto o peggio, stampata, che fa tanto souvenir di bookshop. E molto intelligentemente li mescola alle sue, di creazioni, in un progetto corale, Valentino Des Ateliers, dove quasi per magia l’intero défilé si svolge secondo un ritmo armonioso, coerente, senza quasi riuscire a distinguere chi abbia creato cosa, in quello che alla fine lascia nel cuore – grazie anche alla location e al concerto live della cantante Cosima – un segno colorato di speranza, un’idea variopinta di rinascita, una celebrazione collettiva del potere consolatorio della creatività, quand’è sincera. Arte-fatti. Fatti ad arte. Ma anche, come dice la Treccani, “opere che derivano da un processo trasformativo intenzionale da parte dell’uomo”. Più che una sfilata, una lezione di futuro.

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