Quante storie si possono leggere in una manciata di paillettes, come se fossero fondi di caffè nel piattino di una chiromante? Molte e straordinarie. Dicono che il primo a farle cucire sui propri abiti sia stato un uomo, non una diva del cinema come si potrebbe pensare. Pare siano state inventate per Tutankhamon, o almeno, sono suoi gli abiti più antichi arrivati fino a noi con delle paillettes. Quando nel 1922 è stata scoperta la tomba del faraone fanciullo, vissuto fra 1341 e il 1323 a.C., gli archeologi si sorpresero nel trovare cucito sul suo abbigliamento funebre dei piccoli dischetti metallici che dovevano essere stati luccicanti, al tempo. Praticamente, il sovrano dalla vita brevissima vestiva come Michael Jackson. Chissà se per cucire sugli abiti i prototipi di paillettes i sarti avevano preso ispirazione dalle squame dei pesci e dalla loro bellezza riflettente. Di certo hanno rappresentato da subito un simbolo del lusso. Infatti, come spiega anche il sito dello Smithsonian, la parola francese per definirle, “sequin” viene dalla nostra parola “zecchino”, che a sua volta viene dall’arabo antico “sikka”, moneta. In effetti le prime, vere paillettes sono state delle monete o dei pezzi di metallo prezioso, cuciti sulle casacche per motivi che andavano dall’esibizione di ricchezza all’intenzione di rendere la vita difficile ai ladri. O anche solo come gesto scaramantico, per scacciare gli spiriti con i bagliori, un'usanza fra i nomadi asiatici. Uno che viveva molto di mecenatismo, Leonardo da Vinci, cercò un modo per produrle in serie e velocemente, forse per far contenti i signori. Esistono infatti, fra i tanti codici che ha lasciato, i progetti di una macchina che sarebbe dovuta servire proprio per ricavare piccoli dischetti da cucire sulle vesti, mai realizzata. In realtà, poi, in francese “paillettes” non è nemmeno il vocabolo riferito ai dischetti perché viene dalla parola “paille”, paglia, e indica più che altro le frangette di metallo lucido sottilissimo da cucire sulle stoffe, o anche la cannottiglia usata nelle collane, con lo stesso effetto luccicante. Ma in Italia è ormai questo l’uso comune che se ne fa.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Ida Lupino
Getty Images

Col passare dei secoli, luccicare grazie a pezzetti di metallo continua a essere uno status symbol. Ma nel XIX secolo la moda cambia, i riti propiziatori non si svolgono più attraverso i vestiti e sui tessuti dei ricchi e dei nobili si posano il jais nero e lucido, i cristalli e le pietre preziose, anche i diamanti. Nel 2017, alla mostra Ricami di Luce: paillettes e lustrini nella moda di Palazzo Morando era esposto un abito sontuoso, mai finito di epoca napoleonica, con paillettes. Saltando direttamente al XX secolo, le paillettes sono sugli abiti da sera di inizio secolo delle donne facoltose e delle attrici teatrali. Poi c’è la Prima Guerra Mondiale e i pensieri sono ben altri. Tornano prepotentemente, insieme al lamé, negli anni 30 sugli abiti di scena e da sera delle vamp e sulle flapper. La Grande Depressione del 1929 si sta spegnendo e dopo tante ristrettezze, tanti fallimenti (e parecchi suicidi di grandi finanzieri) c’è una sola voglia nella testa della gente: dimenticare, e tornare a godere dei piaceri della vita. Magari la gente comune ancora non se la passa proprio bene, ma riempirsi gli occhi di bagliori, guardare le dive che sfoggiano nei film e sui rotocalchi le mise lunghe, fascianti, luccicanti fa stare molto meglio e fa venire voglia di sognare. Addio alle forme geometriche del decennio precedente, avanti ai look ultrafemminili di Ida Lupino, Loretta Young e di Joan Fontaine. O lo stile di Jean Harlow, in cui tutto è luminoso, quasi prezioso, persino la capigliatura non per niente detta “platino”. Siccome il metallo pesa, a volte quelle piccole squame cucite con pazienza sono fatte con la gelatina animale, per cui stingono con l'umidità, si squagliano dove posa la mano il cavaliere con cui si balla, scivolano via con la pioggia. Sono persino commestibili, ci si possono decorare le torte. Non sono bucate: bisogna forarle ogni volta con l'ago, rendendo ancora più costosa la manifattura. Poi, decenni prima di noi,una diva le sdoganerà nella vita dei comuni mortali.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Loretta Young
Getty Images

“Come ci si sente a essere stata la donna più bella del mondo”, chiede Bette Davis/Susan Sarandon a Joan Crawford/Jessica Lange nella serie The Feud. Ma la bellezza non era l’unico pregio di una donna dalla mente diabolica che pur di non starsene a casa a piangere, quando la collega riceve la nomination per What Ever Happened To Baby Jane, e lei no (ingiustamente) convinse un’altra candidata, Anne Bancroft, a non presiedere alla cerimonia dell’8 aprile 1963 e di designare lei come sostituta per ritirare il premio, in caso di vittoria. Cosa che accadde. Joan, che aveva fatto tutto questo solo per farsi notare, si presentò con il più luccicante abito di paillettes dell’universo e persino una spruzzata di lacca silver sulle chiome nere.

Joan Crawford
Getty Images

Ma se le paillettes da gala sono un concetto scontato, a Joan Crawford va riconosciuto il merito di averle sdoganate alla luce del sole, rendendole più abbaglianti. In un ritratto iconico del 1930 appare in un abito che avrebbe potuto benissimo essere stato cucito in panno di lana, con la gonna due palmi sopra la caviglia e la mantellina, guanti, scarpe e basco neri in contrasto, ma che invece è tutto in paillettes e lamé. Sembra pronta per andare a fare un giro in auto. Di lustrini negli anni della carriera di Joan Crawford ne vedremo ancora molti, a volte da cocktail. Ormai aveva rotto il ghiaccio.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Joan Crawford
Getty Images

Con gli anni 50 e 60 arriva la cellulosa per la pellicola da film e l’idea di farci anche le pailletes non viene a un sarto ma allo sceneggiatore Herbert Lieberman, che ne intuisce la resa scenica. Tuttavia sono molto fragili e, come racconta lo Smithsonian, quando la famosa DuPont inventa il mylar, una fibra flessibile e resistente ai lavaggi, la cellulosa (che era anche infiammabile) viene abbandonata. Non è la soluzione definitiva: in seguito si deciderà di sacrificare un po’ di lucentezza a favore della durata e della praticità. Le paillettes diventano di plastica e sono così meno complicate, meno costose, più abbordabili. Anni luce dalle loro antenate che stingevano. Negli anni 60 diventeranno di uso più comune, non necessariamente aristocratico, ma in grado di tirare fuori la diva che c’è in ogni donna. Con gli anni 70 atterrano anche sui corpi maschili. Inaspettatamente, tutto ciò che luccica diventa il simbolo della rivolta contro la noiosa seriosità del sistema. Il glam rock infrange ogni regola e traghetta la moda dall’hippy al glitterato. Il pioniere è Marc Bolan, il cantante della band Tyrannosaurus Rex (scomparso nel 1977) ma l’operazione viene perfezionata e resa popolare da David Bowie (c’è qualche moda che non abbia lanciato lui?) che da lustrini e lamé attinge a piene mani, ispirazione per tutti (qualcuno ha presente Renato Zero? E i Cugini di Campagna?). Finito il glam rock, negli anni 80 gli uomini tornano a indossare i completi (anche se niente è più come prima). Ma sale alla ribalta Michael Jackson e tutto torna in discussione. Già nel video del 1979 Rock with you, tenero 21enne, è coperto di paillettes e strass dalla testa ai piedi. Non le mollerà più, tanto che per la visita alla Casa Bianca, nel 1984, indosserà una giacca fittamente “sequined”. Ma nel frattempo, tutte abbiamo inserito la nostra dose qb di paillettes nella vita, dalle t-shirts per il giorno agli shorts per la disco. Alla fine degli anni 90, non sapendo più dove cucirle, sono arrivate ai nostri piedi, nei ricami sulle sneakers di tela. Oggi sono sulle simil espadrillas a doppio fondo. Si sono evolute: sono nate le paillettes grandi, le paillettes matte (ovvero opache, un divertente controsenso per qualcosa che doveva far luccicare). Ma più diventano morbide e maneggevoli, più è semplice gestirle, più le vedremo su tutto, tailleur e impermeabili compresi. E no, non sembreremo neanche lontanamente kitsch.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Michael Jackson con la firts lady Nancy Reagan, ricevuto alla Casa Bianca
Getty Images