Il post provocazione di Suzy Menkes: Meghan Markle "abiterà" questi abiti Givenchy

La postilla della fashion editor inglese: tra gender equality, 90s e un viaggio a New York, nella passerella di Clare Waight Keller c'è posto per la Duchessa di Sussex?

Una foto su Instagram, nella quale appaiono due look Givenchy Primavera Estate 2020, e che falcano la passerella durante la fashion week parigina. La caption è sibillina: "Givenchy: è questo il nuovo look di Meghan Markle, Duchessa di Sussex, secondo Clare Waight Keller?" A lanciare la provocazione è la giornalista Suzy Menkes, penna d'oro e calamaio di platino nel mondo delle review che contano, e habituée dei front-row di qualunque latitudine. Le due uscite selezionate dalla Menkes sono bluse in seta a collo alto con motivi floreali, abbinate a pantaloni maschili dal taglio a sigaretta, o da cinquetasche in denim con vistosi buchi e strappi sulle ginocchia. In effetti, una deviazione importante dalla traiettoria BGBG – crasi di bon chic, bon genre, sottocultura francese che trova il suo contraltare americano nello stile preppy – presa qualche stagione fa dalla designer nominata dal Time lo scorso anno tra le 100 personalità più influenti del globo. L'amicizia e il rapporto di stima tra la creativa e Meghan Markle, che ha indossato in più occasioni look Givenchy, compreso nel giorno del suo matrimonio, porta Menkes a fare una veloce somma, e a immaginare già trench in vinile e gonne a matita in pelle color carbone indosso alla madre di Archie. La palla di cristallo non figura tra le nostre competenze, ma sembra difficile immaginare la Duchessa in jeans sdruciti o top rosa confetto in pelle, come quello indossato da Kaia Gerber.

L'ispirazione, molto lontana da Parigi, ma più vicina alla New York degli Anni 90 – quando la stessa Keller lavorava nella Grande Mela dal nume tutelare del minimalismo americano, Calvin Klein – le è venuta, ha ammesso, leggendo un libro, pubblicato lo scorso anno, firmato da Allison Yarrow: 90's Bitch: media culture and the failed promise of gender equality. Il racconto, piuttosto svilente, di come le donne sono state raccontate dai media, e denigrate a prescindere – negli anni dello scandalo Clinton la stampa non fu clemente né con Monica Lewinsky né con la moglie tradita, Hillary – ha ispirato Clare a immaginare una collezione che rivisitasse gli stilemi di quegli anni, regalando un nuovo potere al genere femminile. Così sfilano blazer scivolati da indossare con short in denim; bluse in seta lilla dal collo vittoriano, femminili nel loro essere ariose, con stampe floreali, ma bilanciate da pantaloni sobrissimi, dal taglio maschile; giacche in pelle nude senza maniche, da indossare con gonne plissettate lunghe fino ai piedi, so Nineties. L'azzardo è nel pronosticare il ritorno delle maxi-gonne in denim, così come dei pantaloni da ufficio con pences che si fermano, però al ginocchio. Inusuale, per una maison come Givenchy, l'utilizzo massiccio del denim, categoria merceologica tra le più richieste al momento, ad onor del vero. Se alla tendenza le grandi maison si sono adeguate, iniziando a produrne versioni high-end, non è usuale però che guadagnino un ruolo da protagonisti durante una sfilata di una maison francese, espressione più alta della filosofia stilistica di un direttore creativo – e si suppone, quindi, fatta di texture lussuriose, gabardine di seta e georgette. Eppure, proprio sul denim Clare Waight Keller ha puntato, mandando in scena pantaloni con strappi e toppe, con lavaggi bleached e usurati, oppure realizzati in tessuto riciclato, a sottendere una nuova svolta eco-conscious, con la quale la duchessa di Sussex potrebbe essere d'accordo, in linea di massima. Non ci si immagina, però, pur avendo iniziato a riciclare gli abiti ufficiali – forse sulla scia della cognata Kate Middleton, esperta in materia – che Meghan si infili lo spolverino in denim. Più che Markle, questa collezione pensa in Grande, nel senso di Ariana Grande, diva del pop testimonial ufficiale di Givenchy. E anche per la prossima stagione estiva, la Generazione Z ha trovato così il proprio compendio nineties couture, con il quale struggersi ancora nella malinconia di una decade glorificata, in fondo, forse, perché mai davvero vissuta.

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