La storia degli stivali Tabi di Maison Margiela, il cult che ogni donna (e ogni uomo) dovrebbe avere

L'odi et amo couture più dibattuto degli ultimi 30 anni.

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Maison Margiela Instagram

Parigi, Rue du Temple, Café de la Gare. È l’estate del 1988 e dalle fiandre scortate dal Mar del Nord, Martin Margiela valica gli archi dell’Île-de-France dove, da ex protegé di Jean Paul Gaultier, debutta con la sua prima collezione donna Maison Martin Margiela Primavera Estate 1989. La passerella di cotone bianco calpestata da orme insanguinate di vernice scarlatta, le maschere di garza a spersonificare completamente/volutamente/provocatoriamente i volti delle modelle, i grembiuli da macellaio (auto)celebrati in looong dress da luuunghe sere, stivaletti bassi dal tacco-cilindro e punta-animalesca. Quarto arrondissement, quartiere Marais, quattrocento chilometri separano la ville lumière dalla sua Anversa, a 31 anni Martin Margiela dà al mondo (della couture) i Tabi Boots, il paio di scarpe Maison Margiela dall’iconografia potente quanto un bouclé coccolato dalle mani di Coco e una suola laccata dalle tavolozze vermiglio di Louboutin.

Simbolo di maison da trent’anni e accessorio in evoluzione da trent’anni, feticcio di collezionisti d’arte à porter e di fashion addicted sul ciglio di street…style, gli stivali Tabi di Maison Margiela non hanno ossimoricamente mai smesso di essere in testa ai capi pionieri di look e mood tanto avanguardistici quanto difficili da afferrare al primo sguardo pop-olare. “La gente continua ad avere una certa paura di fronte ai Tabi Boots”, si legge su Business Of Fashion. “Sono quel tipo di scarpa che intimorisce chi guarda ma eleva a “entendeur" chi l’apprezza”. “E non è solo questione di trend a-stagionali”, continua un portavoce della maison oggi di proprietà della company Only The Brave (OTB) e guidata dalla direzione creativa di John Galliano. “Nascendo come calzatura da lavoro, la scarpa Tabi DEVE essere comoda e garantire agilità di movimento”.

La filosofia e il design mutuato dall’artigianato giapponese, i primi stivaletti Tabi di Margiela riprendevano il rosso saigné, fil rouge della collezione dell’89, e facevano volutamente il verso alle calze in cotone germogliate nel 15esimo secolo in Oriente indossate in combo con le tradizionali ciabatte a infradito. Da qui la necessità, diventata vezzo di maison, di dividere in due la punta delle dita, letteralmente split-toe sole. Blu per i cittadini comuni, bianche in occasione di matrimoni o cerimonie del tè, multicolor per i teatranti, oro, viola e fili di ferro impalpabili per i samurai, ogni calza Tabi simboleggiava la classe di appartenenza degli abitanti del paese del Sol Levante. Occorreranno altri cinque secoli per assistere all’evoluzione del calzino nazionalistico in scarpa da ginnastica ante litteram. È all’alba del boom dell’uso industriale della gomma che, infatti, le Tabi vengono trasformare in Jika-tabi (calze che toccano il suolo) per opera di Shōjirō Ishibashi, fondatore della compagnia Bridgestone. Sarà, infine, Asics a lanciare prepotentemente sul mercato il primo paio di sneakers Tabi all’indomani della vittoria della Maratona di Boston del ’51 di Shigeki Tanaka, inconscio sponsor d’antan.

“Tutte quelle peculiarità made in Japan stanno diventando innovazioni nel design occidentale. Spesso vengono importate sotto il nome di gusto dell’esotico ma senza rimarcarne il bagaglio culturale d’origine”, commenta su BOF W. David Marx, storico giapponese e autore di Ametora: How Japan Saved American Style (da 3,99 euro su Amazon.it), muovendosi tra i sentieri spinosissimi/attualissimi/enfatizzatissimi dell’appropriazione culturale. “Okay, probabilmente non tutti guarderanno gli stivali di Margiela pensando ah, ricordano le antiche calze giapponesi!, ma il prezioso lavoro di ricerca e innovazione di maison è una sofisticata celebrazione di quella stessa cultura così ispirazionale”. “Indossati nei primi Novanta solo dai più coraggiosi, i Tabi Boots continuano ad essere un accessorio-provocazione fortissimo”, prosegue Alexandre Samson che ha curato insieme a Margiela la retrospettiva del brand a Palais Galliera nel 2016. “Come se la loro popolarità fosse esplosa a posteriori”. Pensiero che rima à la perfection con quello di Christa Kaufmann, catwalk editor per WGSN intervistata sempre da Business of Fashion: “Anche se gli stivaletti Tabi sono comparsi nell’era pre-internet, la loro silhouette e l’idea che sta a monte è destinata ad essere un successo anche nell’era di Instagram”. Okay, basta un incremento del 112% nell’ultimo anno (secondo gli analisti di Edited) a essere considerato un successo?

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