Ma qual è il momento della giornata in cui possiamo mettere i sandali in pvc?

E la domanda, di rito, sorge spontanea di fronte all'ultimo lancio di scarpe al neon (by Miista) che sono un flashback nei primi Duemila.

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Szymon BrzoskaImaxtree

I sandali di plexiglass gialli sono un grande si o un grande mmmh? Ce lo chiediamo mentre a New York stanno ancora smontando il setting della sfilata Prada Cruise 2020, dove tra bowling bag e fermagli per capelli monumentali, il lustro a cavallo tra i Novanta e i Duemila è diventato materia di studio/di polemica/di venerazione incondizionata. Le scarpe aperte con listini colorati che assomigliano a caramelle Goleador con cui fasciarci i piedi la prossima stagione sono il ritorno che aspettavamo o una presa di coscienza che non desideravamo? Ce lo chiediamo una settimana dopo dalla sfilata Dior Cruise 2020, dove Maria Grazia Chiuri ha voluto continuare a reiterare il concetto di tie dye innalzandolo, da semplice effetto su t-shirt da festival - a stampa couture su abiti da museo del design. I sandaletti estivi (semi)trasparenti sono l’unico errore-amore concesso tra i diktat delle tendenze 2019 2020 oppure sono l’investimento che ci ripagherà a vita o, almeno, quando tornerà ciclicamente di moda negli anni? Ce lo chiediamo a pochissime ore dalla sfilata Chanel Cruise 2020 a Parigi, la prima senza Karl Lagerfeld, la seconda che (scommettiamo) riabiliterà su passerella scarpe con tacco in pvc e dettagli al neon, simili a quelli che avevano debuttato sulla spiaggia-défilé della collezione Primavera Estate 2019.

Poco importa se i millennials non hanno capito niente di come ci si vestiva negli anni Novanta, poco importa se i millennials hanno capito tutto per trasformare la couture di fine secolo in un’aspirazione street da indossare con smartphone e monopattini elettrici à la main. Perché, volenti nolenti o indecisi, ci soffermeremo tutti sul quel paio di sandali in pvc che sbirciamo sulla nostra vicina di tram, di fronte alla vetrina di una boutique del centro, scrollando sul profilo Instagram di un indie brand (a caso), virale (non a caso). Uno su tutti l’anglo-spangolo Miista Shoes, sinonimo di colpo al cuore/portafogli/flashback nei Duemila post dopo post, tacco vinilico dopo tacco vinilico, sandalo Helena color camomilla dopo sandalo Helena color mezcal. Ovvero i sandali bassi che lasciano il tallone scoperto per creare un trompe l'oeil nudo-non-nudo attraverso fascette in pvc sul davanti, "per aggiungere un tocco modernista-minimalista al guardaroba estivo e giocare con look monochrome mooolto audaci", come si legge da didascalia sull'e-shop di Miista. Del brand che parla spanglish è la (colpa della) ballerina che fa il verso alle sedute in stile paglia di Vienna, il proliferare di sandali minimalisti eccezion fatta per i chilometri di cuoio impalpabile con cui avvolgere tutto il polpaccio, la ricomparsa nel nostro personalissimo dizionario couture della parola sabot, che in questo caso ha le stesse nuances metallizzate di un rossetto qualsiasi indossato da una popstar degli anni Ottanta. Se i designer dietro Miista avevano intenzione di renderci tutti possibilisti sul ritorno/regressione ai tempi in cui il tacco medio basso si alternava a fascette in pvc e suole squadrate, la portata delle conseguenze mass mediatiche ha dato loro ragione da vendere. Letteralmente.

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