“Tu stai entrando nel salotto di casa mia” mi ha risposto Edgardo Osorio quando gli ho chiesto come ci si dovrebbe sentire a mettere piede in una boutique Aquazzura. Io, però, nel salotto di casa sua ci stavo entrando davvero, virtualmente parlando, ma ero proprio lì, baciata anch’io dal sole di Los Angeles e accoccolata in un divano color latte di mandorla. A separarci “solo” lo schermo di uno smartphone e “qualche” chilometro, per il resto io e il founder, creative director, shoe designer che ha vestito i colli del piede di dive da première (e dive del quotidiano) con tacchi da Compasso d’Oro eravamo l’uno di fronte all’altra. Classe 1986, gitano per vocazione, nato in Colombia ha poi vissuto a Miami, Londra e Firenze, in ordine sparso, tutto il contrario delle sue idee che, con la stessa forza di un tacco a spillo che irrompe in una stanza, ha messo in fila per porre le basi di un impero del lusso a 25 anni. Con un know how couture sulla testa da far invidia a chi di anni di carriera ne aveva ben di più, dopo aver lavorato per Roberto Cavalli e Salvatore Ferragamo, lancia nel 2011 Aquazzura. Un anno dopo, la sua prima collezione si guadagna un sold out in pochi giorni fra i corner dorati della catena Barneys New York, otto anni più tardi un fatturato di circa 40 milioni e una distribuzione in 58 Paesi nel mondo.

Courtesy Aquazzura

Non c’è stato nemmeno il tempo di chiamarti enfant prodige, in 8 anni sei diventato un caso couture. Cosa ha funzionato?

Aquazzura è un percorso iniziato con tutto l’amore e la pazienza e la perseveranza del mondo. Quando ho deciso di lanciarlo, l’ho fatto perché sentivo che c’era una lacuna nel mercato delle scarpe di lusso. Mancava un brand che realizzasse un modello sexy, femminile ma comodo, che avesse il prezzo giusto, che fosse fatto bene e in Italia. Sono sincero, ero un po’ squattrinato però ci credevo tanto. Poi, il prodotto e il passaparola hanno fatto tutto il resto. E così, dal salotto di casa mia che faceva da atelier e la camera per gli ospiti da magazzino pellami, ci siamo ritrovati con un marchio internazionale che scottava fra le mani e richieste da tutto il mondo.

“Prezzo giusto”. Non un tabù, ma una celebrazione circolare della moda “fatta bene”. Qual è l’equilibrio?

Quando senti di star rispettando le persone che lavorano con te, l’ambiente, le idee, l’artigianalità e la qualità delle materie prime. Fare le cose bene ha un costo, e ogni scarpa - anche quella che ha alle spalle due giorni di lavorazione - deve avere il prezzo che merita. Cerco di fare un balance fra tutte queste variabili, stando anche attento a pensare a un pubblico giovane che inizia a investire su pezzi statement per creare un guardaroba senza tempo”.

“Spesso le donne si scusano perché indossano scarpe basse, è proprio questo il motivo per cui ho iniziato a crearle”. Cosa c’è dietro questa tua citazione, mooolto motivazionale?

Non voglio più vedere donne in pista da ballo scalze, con le scarpe - scomode - ammucchiate in un angolo! Scherzi a parte, credo fortemente che la scarpa non sia un oggetto, deve diventare una parte del tuo corpo. E non è sempre scontato che una scarpa bassa sia sinonimo di comodità. Per questo bisogna investire sulla cosa più preziosa che abbiamo, il tempo, nell’ideazione e nel confezionamento dei singoli modelli. Solo con la lentezza e la cura potremo creare scarpe che resisteranno al tempo, che non avremo bisogno di cestinare stagione dopo stagione, che saranno la nostra arma contro il fast fashion, a supporto della sostenibilità nella moda. Pensa che quando ho lanciato Aquazzura mi ci è voluto solo un anno per abbozzare la costruzione dei modelli, dei tacchi, delle forme, mi sono messo a studiare l’anatomia della scarpa insieme a dei tecnici che analizzano il piede da 50 anni. Ho iniziato a bombardarli di domande, tipo: e come le facciamo più leggere? E come distribuiamo il peso su tutta la suola? E come le facciamo calzare al meglio?. Anche a costo di sacrificare o rivoluzionare completamente il disegno originale, il comfort ha la precedenza su tutto.

Courtesy Aquazzura

A proposito delle flat shoes caposaldo delle vostre collezioni, credi che a fine lockdown interpreteremo la ciabattina come evoluzione di un benessere che dal casalingo si sposta alla soirée?

È proprio quello su cui sto riflettendo in queste settimane. Il lockdown mi ha regalato il tempo di ripensare a quello che abbiamo da offrire e quello che dobbiamo potenziare. Ho deciso di diminuire le collezioni da quattro a due all’anno, ma di aggiungere dei drops estemporanei. E che la scarpa bassa, dalle ciabattine alle sneakers alle ballerine, saranno il fulcro delle prossime collezioni, per abbracciare un nuovo mondo, un nuovo modo di concepire il lifestyle e l’abbigliamento casual. Ovviamente c’è un’altra parte di me che vuole creare ancora e ancora di più sandali da sogno, stiletto che facciano sorridere e stare bene al solo sguardo.

Hai un’attenzione, passione, predilezione per il design d’interni che si è anche evoluta in una capsule di carte da parati con de Gournay. Cosa devo provare mettendo piede in una boutique Aquazzura?

Che stai entrando nel salotto di casa mia. Amo disegnare ogni minimo dettaglio delle boutique insieme agli architetti, ognuna di loro è diversa e ispirata alla città dove si trova. Il mio scopo è offrire esperienze di shopping uniche, che abbiano un’anima. Spero di aprire presto a Capri, mia città-feticcio, che ha ispirato la fondazione e il nome del brand. Vorrei poter lanciare delle collezioni speciali, dal packaging agli accessori, che cambino di città in città.

Colombia, Miami, Londra, Firenze, 4 città, 4 vite, 4 ispirazioni. Cosa c’è di ognuna di loro nelle tue scarpe.

Della Colombia e di Cartagena, la città dove sono nato, c’è senza dubbio il movimento, la festosità, l’opulenza. Di Miami, il colore e le stampe tropicali. Firenze è l’arte, la cultura, l’eternità, mentre Londra è l’eleganza minimale.

Che consiglio daresti a chi ha lanciato un brand poco prima che il lockdown smorzasse un po’ sogni e progetti?

Tutti mi dicevano che ero pazzo a lanciare un marchio di scarpe di lusso nel pieno della crisi economica del 2011. Sai cosa ho fatto io? Ho pensato positivo, mi sono impegnato al massimo, non mi sono arreso, ho cercato di prendere il meglio da quello che mi stava capitando. Van Gogh diceva Io sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni, questo è quello che faccio io, questo è quello che consiglio a tutti di fare. È questo il momento in cui dobbiamo sognare e pianificare, poi lavoriamo sodo e dipingiamolo. Non va bene? Rifallo ancora e ancora e ancora.

Cosa stai dipingendo in questo momento?

Sogno di aprire boutique, di lanciare borse, bijoux e piccola pelletteria, di cimentarmi in una collezione uomo, che sia non troppo classico né troppo sportivo, non troppo fashion né troppo noioso. Okay, poi vorrei anche fare un albergo, ma questa è un’altra storia…

Courtesy Aquazzura