Come funziona, se funziona, il mercato delle scarpe vintage

Le abitudini modificate dalla pandemia, i cambiamenti anatomici, l'ossessione al riordino predicata da Marie Kondo: numeri e voci di un mercato che fa fatica a resistere al 2020, tranne in qualche (sorprendente) caso.

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Imaxtree

La scarpa vintage più costosa – escludendo il mercato delle sneakers, altra categoria con un mercato a sé stante – è stata battuta all'asta in Francia la settimana scorsa, al prezzo di 43.740 euro. Più che il modello, una décolleté con tacco squadrato di 5 cm, o il tessuto di cui si componeva, pelle e seta, a far lievitare il prezzo, con lo stupore persino delle casa d'aste Osenat Versailles, che aveva puntato, come base di partenza, sui 10 mila euro, è stato il suo originale proprietario, nientepopodimeno che la regina di Francia Maria Antonietta. La sovrana con i piedi di fata – la calzatura è perfetta per un piede numero 36 – vide le sue scarpe, come gran parte del suo guardaroba, consegnati, dopo la sua infausta decapitazione, alle cameriere più vicine: nel caso specifico arrivarono ad un'amica intima di Madame Campan, prima cameriera della regina, i cui eredi le hanno conservate fino ai nostri giorni.

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A eccezione però di questo prezioso lascito della storia, per cui qualche collezionista era disposto a pagare una lauta cifra, non si può certamente parlare di Rinascimento delle calzature vintage. Se a settembre Lyst ha monitorato gli acquisti stabilendo un +104% nelle ricerche delle categorie "seconda mano" e "moda vintage", le ricerche mensili dedicate alle scarpe usate sono salite del 29%. Peccato però che la ricerca si focalizzi maggiormente sulle sneakers – che corrono, letteralmente, su un altro mercato, interessato ad acquistare e rivendere poco dopo, per trarne profitto, e quindi focalizzandosi su modelli abbastanza recenti – dalle Yeezy passando per le Off White, Balenciaga e Dior, la cui colab con Nike in edizione limitata di 15mila pezzi è andata sold out in pochissimo. Una difficoltà raccontata anche da chi, con il vintage e con l'usato, lavora tutti i giorni. «In effetti non è un buon momento per le scarpe che non siano sneaker» ammette Laura Donadi, fondatrice di Give and Take, il primo second-hand nato a Milano nel 2009. «Già da un paio d'anni, complice la potenza dello streetwear, vendere scarpe col tacco, o anche elegante, era divenuto più difficile, ma adesso pare davvero finita l'era delle Pigalle di Louboutin». Nello store, che ritira calzature nuove o usate molto poco, rimangono quindi sugli scaffali i tacchi a spillo, anche per via di un momento storico nel quale non ci sono occasioni di sfoggiarli. «La nostra scarpiera si costruisce su calzature anche di poche stagioni fa, frutto di regali "sbagliati". A funzionare sono i tronchetti con tacco squadrato, gli ankle boots, e anche gli stivali texani, di cui stiamo testimoniando un insospettabile ritorno. Ad acquistarli non sono solo le giovani madri ma anche signore che poi li sdrammatizzano con dei jeans e un blazer navy». A spingere verso l'acquisto del second hand è, anche, indubbiamente, secondo Donadi, una questione economica. «In un momento nel quale si cerca di risparmiare, senza che a pagarne le spese finali sia la qualità dell'acquisto, comprare a 120 euro un paio di tronchetti di Isabel Marant che di base partono dai 650 euro, è ritenuto accettabile, e anzi auspicabile».

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Per quanto riguarda il mercato del vintage, quello che scava davvero nel passato, arrivando fino agli Anni 20, 30 e 40, la questione si fa complessa per motivi diversi. A spiegarlo è Cecilia Di Lorenzo, fondatrice di Lambrate 20134 e co-fondatrice di Madame Pauline, altre due istituzioni meneghine dell'abbigliamento e accessori pre-loved. «Ne ho comprate qualche paia perché erano davvero degne di nota, ma saranno una decina» spiega. «Di base servono per fare ricerca, anche perché le mie clienti, che comprano da me un vestito Anni 40, preferiscono abbinarlo a una calzatura più contemporanea, magari una Prada anche con tacco 12». Non sono solo le motivazioni stilistiche a rendere difficile la compravendita di scarpe che arrivano, seppur in perfette condizioni, da quasi un secolo fa. «Negli anni 20, 30 e 40» spiega Di Lorenzo «le misure di calotta cranica, mani e piedi erano diverse, e la media della taglia di calzature era 34-35. Difficile trovare oggi, che in media le donne sfoggiano estremità numero 38-39, qualcuna che entri in quei modelli».

A influire, secondo Francesca Tonelli, fondatrice di Vintag, il primo marketplace dedicato, con 110 mila utenti, è anche un cronico ritardo italiano nel mettersi in pari con il vento di novità che arriva dall'Europa e dal resto del mondo. «C'è ancora da parte degli italiani una sorta di ritrosia nell'acquistare le scarpe, perché, come per la lingerie, sono considerate oggetti quasi intimi» spiega «mentre a Berlino e Londra nei principali negozi d'abbigliamento usato ci sono già vetrine dedicate esclusivamente alle calzature. In quel caso, di fronte a una storica resistenza, i pezzi si acquistano se sono fortemente connotati e appartenenti ad una particolare epoca o se sono firmate da una grande maison, come nel caso dei modelli di Ferragamo o Sergio Rossi», di fronte alle quali, ci si immagina, si scioglie ogni riserva. Esperta del settore – e co-autrice, insieme ad altre voci autorevoli, del primo corso incentrato sull'argomento, Vintage Express, che partirà il 17 gennaio 2021 – Tonelli concede però che comprare online come succede nel suo marketplace, mette di fronte ad una sfida ulteriore. «Le misure delle scarpe sono cambiate: un 37 di oggi non è il 37 degli Anni 80. Se di un vestito compri la taglia sbagliata, in qualche modo riesci a riadattarlo: con la scarpa l'impresa è impossibile. Per questo i nostri venditori esperti, oltre al numero, spesso inseriscono delle indicazioni numeriche, con misure etc». Un comparto che, comunque, ha un peso lieve sul totale del venduto (8% sul venduto generico che comprende anche modernariato e mobili, 13% se ci si limita al settore abbigliamento e accessori).

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A confermare, in un momento di insicurezze, il fascino del brand, è Hilary Belle Walker, fondatrice di Bivio Milano, indirizzo – dislocato in più store, sotto la protezione della Madonnina – di riferimento per i capi di seconda mano. «Se acquisti ora una scarpa, sei disposta ad accettare che ci siano leggeri segni d'uso solo quando si tratta di un grosso brand: acquistare una Loboutin con i segni sotto la suola, a 75 euro, è accettabile. Se invece si tratta di un brand noto, ma distante dal reame della "moda", si pretende che sia nuova, con scatola» spiega. «Per questo prediligiamo le scarpe intonse, che molto spesso ci vengono proposte perché sono state acquistate online, ma della taglia sbagliata, oppure comprate per una cerimonia, sfoggiate in quell'occasione, e mai più messe, o anche utilizzate dagli stylist per un paio di shooting, e poi rivendute». Il vero tasto dolente, secondo Walker, al momento sono gli stivali, «la prima calzatura della quale la cliente si vuole liberare, perché quella più voluminosa, che ingombra. Essendo stati chiusi nei mesi nei quali di solito acquistiamo (marzo-aprile, e poi di nuovo settembre-ottobre) per quest'anno abbiamo deciso di puntare sui camperos, che piacciono molto, come quelli di Tony Mora, marchio americano tra i migliori nel settore: acquistare a 80 euro un pezzo che, in negozio, parte da 350, è praticamente un affare». A funzionare benissimo, fin troppo, sono le sneaker, che da Bivio compra soprattutto lui: «l'uomo etero è abbastanza noioso quando si tratta di abbigliamento» spiega Walker «ma di fronte alle sneakers si tramuta in un ossessivo collezionista. Nel nostro settore dedicato, con esperti che selezionano le release più richieste arrivano spesso giovani coppie molto divertenti, nelle quali i ruoli sembrano invertiti: lei racconta di essere sfibrata, e di non avere più spazio nella scarpiera, occupata quasi totalmente dalle sneakers di lui». Metteremo una pietra sopra tacchi a spillo e décollétées, almeno per ora? «In realtà non del tutto» spiega Walker. «Ci sono dei brand giovani, figli di un'estetica instagrammabile, venduti spesso solo online, con dei prezzi anche discretamente alti, che funzionano benissimo, e non si riesce a tenerli in negozio che per qualche ora». I nomi? Attico, Miista, Aquazzura, A. Bocca. Un trend confermato anche da Donadi, che annovera anche, tra i nuovi brand più ricercati del momento, anche i sandali gioiello di Amina Muaddi. Ma perché acquistare adesso, che si è ancora chiusi tra le mura di casa, una calzatura così eclettica? «Perché ci si aggrappa fermamente, con ottimismo, all'idea che

torneremo a uscire. E per allora le donne vogliono essere pronte».

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