Una mostra a Londra lo conferma, le sneakers sono diventate, ufficialmente, opere d'arte

Dai primi modelli del secolo scorso a quelli divenuti simbolo di contro-culture e di idolatrie, dalle Air Jordan del cestista più famoso alle Triple S di Balenciaga. Passato, presente e futuro di un oggetto divenuto culto.

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Getty Images

Una storia affascinante, quella delle sneakers: comprate e rivendute su piattaforme dove esperti del settore disquisiscono sul loro valore come se si trattasse di opere di Picasso e Matisse; nate per la strada ma arrivate a calcare le passerelle delle più importanti maison mondiali; simbolo di appartenenza politica e sociale, esibita con orgoglio; talmente desiderabili, da diventare uno dei primi prodotti a realizzare profitti milionari come NFT. Era comprensibile, e doveroso, dedicar loro una mostra. E in effetti, questo è successo a Londra, dove, al Design Museum, quasi 120 anni di storia vanno in scena in Sneakers Unboxed: Studio to street (aperta il 18 maggio fino al 24 ottobre). Le 270 paia esposte, non sono solo una serie di oggetti più o meno desiderabili, ma un racconto tessile di chi siamo stati, e chi siamo divenuti, realizzato grazie a StockX, uno dei maggiori marketplace di rivendita di sneakers, che infatti è sponsor del progetto. Così ci si ritrova a interrogarsi sul valore reale del primo prototipo di Yeezy, le sneakers realizzate da Kanye West e vendute lo scorso aprile su Sotheby's a 1, 8 milioni di dollari, divenendo il modello più costoso della storia: a detenere il record in precedenza erano stare le Nike Air Jordan indossate durante una partita da Michael Jordan, e vendute poi per 560 mila dollari. Un dibattito, quello su un oggetto di utilizzo comune elevato a forma d'arte, che la curatrice Ligaya Salazar sostiene sia di scottante attualità. «Come molti accessori funzionali, indossati nella quotidianità, quella discussione sul ruolo delle sneakers, se devono essere viste o meno come forma d'arte e di conseguenza trattate nel mercato, divenendo anche protagoniste di mostre, è aperta» ha spiegato al New York Times, «ma è innegabile che sono, e dovrebbero essere viste come parte della storia del costume e meritevoli di discussioni accademiche».

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Parlando in effetti di reperti storici, i primi modelli in mostra sono delle Converse Big Nine (risalenti all'anno domini 1919) : fu nei primi anni del secolo scorso, in effetti, che, grazie all'introduzione dell'attività sportiva come panacea ai mali del corpo, praticata dalle classi più abbienti, divenne necessario indossare delle calzature adatte a muoversi in maniera agile. L'introduzione del tennis non portò quindi solo all'adozione di raffinate polo, come quelle lanciate poi negli Anni 30 e negli Anni 50 da Lacoste e Fred Perry – che prima di essere brand erano tennisti olimpionici – ma anche all'utilizzo di raffinate scarpe Derby, sostituite poi da modelli che regalassero dei vantaggi "tecnici". E a guardarle oggi, in esposizione, quelle Converse sembrano essersi conservate meglio di molti modelli più recenti: la motivazione è ovviamente non solo nell'utilizzo, ma anche nella tipologia dei materiali, e soprattutto nel fatto che la produzione dell'intera categoria merceologica, dalla seconda parte del secolo scorso è divenuta di massa, e quindi affidata alle economie emergenti, capaci di realizzare enormi quantitativi di prodotto, a discapito della qualità. Oggetto di culto per quanti perlustrano siti come StockX e Goat quotidianamente, alla ricerca dei modelli più rari, in effetti, ai giorni nostri, le sneakers sembrano più divenute una materia prima di lusso, da comprare per poi rivendere nelle migliori condizioni possibili – c'è, tra gli appassionati, chi le conserva in speciali frigoriferi per mantenerle costantemente alla temperatura adatta –per trarne un margine di profitto quanto più possibile ampio. Lo svantaggio dell'operazione è quello, appunto, di non indossarle mai, per evitarne l'usura.

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E se possono sembrare manie eccentriche, i dati danno loro ragione: secondo la ricerca di NPD, il mercato di quelle che una volta, banalmente, si chiamavano "scarpe da ginnastica" vale circa 115 miliardi l'anno. Avere tra le mani – e mai, Dio non voglia, ai piedi – una Comme des Garçons x Nike Zoom Haven, il modello realizzato per lo swoosh da Junya Watanabe nel 1999, potrebbe essere paragonabile al possesso di una serigrafia di Warhol. Il motivo dell'esponenziale crescita – di prezzo, ma anche di autorevolezza – dell'accessorio, è certo anche nell'alta moda, che, dai primi anni 2000 in poi, ha deciso di accogliere senza riserve e senza spocchia la tendenza. Se ad inaugurare la cordata di concettuali designer adepti delle sneaker fu proprio Junya Watanabe con la sua collaborazione con Nike, la linea Y3 realizzata da Yohji Yamamoto con Adidas, nascerà solo qualche anno dopo, nel 2002, per poi arrivare alle Triple S di Balenciaga realizzate da Demna Gvasalia, calzatura epigona, negli intenti, della Tabi di Martin Margiela, nel cui ufficio stile Gvasalia ha militato per diversi anni, capace di causare discussioni accese sul suo valore estetico e soprattutto su quello economico (i prezzi si aggiravano intorno ai 1000 euro, anche se oggi, immergendosi nel web tra outlet e rivenditori, è possibile trovarle a molto meno). Non solo simbolo di un imperante consumismo capitalista di stampo warholiano, che trae sornione un profitto enorme da un oggetto la cui fabbricazione materica costa molto meno dei prezzi di mercato, ma anche sinonimo di identità culturale e politica. Un oggetto, quel semplice paio di scarpe in tela, nylon e materiale tecnico, divenuto ad esempio necessità di intere comunità sportive: gli skater negli anni 70 elessero a loro oggetto di culto la Vans con la suola waffle, che meglio si adattava alle acrobazie su tavola, come dimostrarono sapientemente i "lords of Dogtown", ovvero Stacy Peralta, Tony Alva e Jay Adams, adolescenti ribelli divenuti protagonisti di videogiochi e film dedicati.

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In seguito è stato il mondo del basket e dell'hip hop, con l'introduzione delle Nike Air Jordan promosse dal Jumpman più famoso della storia, Michael Jordan, e ai piedi di molti protagonisti dei film di Spike Lee, a reclamarne l'unicità e la potenza semiotica, rendendole oggetto meritevole di culto. In passato, però, non venivano usate solo per esprimersi sui diversi campi di gioco, ma anche per dichiarare posizioni politiche, schierandosi pro o contro: è stato il caso dei "casuals" i tifosi di calcio inglesi, che avevano eletto le Gazelle di Adidas come loro modello di riferimento, comprandole in colori diversi a seconda della squadra che sostenevano, con un certo entusiasmo, dagli spalti, o anche dei Cholombianos messicani, controcultura dallo stile volutamente eccessivo, che sceglieva, per evitare di passare inosservata, solo Converse dai colori accesi. Diventano infine oggetto per rivendicare una supremazia estetica, laddove non è possibile rivendicarne una economica, presso i bubbleheads di Cape Town, variante sud-africana degli "sneakerhead" americani: ragazzi di estrazione modesta, che arrivano dai sobborghi della capitale, e che preferiscono sfoggiare le Nike con la suola a bolle – in inglese "bubble sole" – per ergersi al di sopra delle ben più noiose élite. Tra passato e presente, la mostra però esplora anche il futuro: partendo dalla collezione solo digitale realizzata recentemente da Gucci, le Gucci Virtual 25, e passando per quelle prodotte dallo studio di design RTFKT insieme all'artista Fewocious (621 paia tra i 3 e i 10 mila dollari), vendute in 7 minuti, realizzando profitti per 3 milioni di dollari, la necessità è quella di divenire sostenibili. Il loro impatto ambientale è in effetti innegabile, e costituisce l'unico punto debole di un mercato sul quale non tramonta mai il sole, come il regno del sacro imperatore romano Carlo V. In mostra al Design Museum ci sono così anche le Stan Smith di Adidas realizzate in Mylo, consistenza tessile derivata dal micelio, le radici sotterranee dei funghi, e le prime bio-sneakers disegnate da Puma insieme al Mit Lab. Non semplicemente, "scarpe che respirano" come sosteneva una réclame d'antan, ma suole intelligenti, in quanto "attivate da dei micro-organismi": in buona sostanza, batteri non nocivi, che"imparano" gli schemi di respirazione e traspirazione di chi le sta indossando, favorendo di conseguenza un "ricambio d'aria" personalizzato. Un prodotto che è attualmente ancora nelle fasi di studio e sviluppo, e che però fornisce una finestra su un possibile futuro. Nel quale, forse, torneremo a indossare le sneakers, invece che conservarle in cassaforte.

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