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L'età del "loro"

Il pluralismo della raffinatezza: la formula vincente delle collezioni milanesi.

L'età del "loro"
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La concettuale pennellata solitaria sull'essenziale abito da sera di Jil Sander e la tunica di Dolce & Gabbana, interamente rivestita di tessere a ricostruire in scala 1:1 l'indossabile ritratto di un mosaico del duomo di Monreale condividono l'oro: materiale e colore che rimanda alla ricchezza, al sacro, alla preziosità. Ma anche all'investimento, alla solidità, alla sacralità. Partire da due segni che possono sembrare minimi, rispetto alla varietà di proposte che hanno solcato le passerelle italiane, può essere utile per indagare quella «variazione dell'estetico» di cui parla lo studioso Franco Fanizza nel saggio Sulla coscienza estetica contemporanea. In un mondo che richiede «una domanda di esteticità diffusa o espansa», ci sembra che le collezioni italiane abbiano offerto una percentuale di risposte alla domanda “Che moda sarà?” molto più alta rispetto alle precedenti stagioni. Dalla lady in dark (più che dark lady) di Prada e di Gucci – speziata di accenti fetish – alla signora sobria, dalla silhouette mercuriale come quella di Ferragamo e di Sportmax c'è stata una ricerca sulle materie (mai così preziose: a cominciare dalle onnipresenti pellicce, e gli animalisti si mettano il cuore in pace), sulle forme (mai così variabili: dalla rivisitazione futuribile degli anni Venti per Emporio Armani alla rivisitazione di un punk astratto per la sfilata capolavoro di Fendi) e sugli accessori che restituiscono al nostro paese una credibilità pericolante in altri settori della nostra reputazione. C'è una donna, ce ne sono tante. Ognuna di loro avrà un guardaroba di millimetrica concezione, senza una sbavatura, senza una dimenticanza. C'è stata, fortunatamente, un'inondazione nella ricerca alla perfezione dei dettagli, anche nascosti, che non tracima mai nella ridondanza ma conferma la capacità di saper fare le cose e, ancor prima, di saperle pensare, disegnare e progettare. Certo, quel che conta nella laica cerimonia della sfilata è anche l'atmosfera che vi regna: e su tutte aleggiava (come avevamo già visto per l'uomo) un'aura di serietà e di responsabilità che non lasciava spazio alla dimensione del ludico, della trovata ironica. E stupisce un po' che poche firme abbiano giocato la carta della provocazione fine a se stessa pur di far parlare di sé sui giornali. Laddove Suzy Menkes, sul New York Times, dichiara la morte del “Fashion Circus” intorno e non sopra alle passerelle, così è fuori moda l'eccesso, la gigioneria. Perché è di oro – in senso stretto e in senso simbolico – che il sistema della moda (e, forse, non solo quello) oggi ha bisogno. Non di carta stagnola che ne riproduca la lucentezza.

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