"Sono una donna normale. Datemi un bikini per donne normali"

Perché chi ha seno, sedere, fianchi e pancia deve sempre e costantemente faticare per comprare il costume da bagno per l'estate?

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Abbronzarsi è un diritto universale. Di qualunque forma sia un corpo, la Costituzione mondiale dovrebbe riportare un articolo dedicato: “Tutte hanno il diritto di indossare un bikini che mostri il proprio corpo nella maniera a loro più congeniale”. Ma a quanto pare avere delle forme non canoniche, abbondanze sparse e necessità pratiche di sostegno/copertura/valorizzazione, non sempre va molto d’accordo con le tendenze moda costumi da bagno 2019. Non tutte, almeno. Un seno più imponente, un lato b che sporge, un busto più largo, e la tragedia si consuma sotto le luci implacabili dei camerini soffocanti: la domanda "ma costumi per donne normali, esistono?" fa eco nello stesso camerino. Quel bikini bianco che sulla stampella sembrava una delizia si rivela nelle sue spietate proporzioni da target specifico: i centimetri scarsi di tessuto tirano, stringono, scoprono malissimo, segnano. I seni sfuggono da scollature abissali, le cuciture imprimono segni rossi e tirano sulla schiena nel giro di dieci secondi di prova. Tempo di inabissarsi nello sconforto. Una donna normale che non trova un bikini è la regola crudele che si ripete ogni estate?

Come si misura una donna normale? Le taglie, queste odiate. Il rovescio delle pubblicità patinate, più o meno, può dare un’idea. Il distacco che intercorre tra modelle che col corpo ci lavorano e donne normali non è solo questione di centimetri di altezza (in più) o misure canoniche (90-60-90): come la maggior parte delle novità che portano alla standardizzazione, la storia delle taglie inizia con le confezioni delle uniformi militari per i soldati della I Guerra Mondiale negli Stati Uniti, riporta l’Archivio moda del Novecento dei Beni Culturali. Ci vollero almeno altri 30 anni perché, con l’avvento del prêt-à-porter e la possibilità di acquistare capi già pronti invece di aspettare sarti e sarte, si arrivasse a voler lavorare su ampia scala misurando quante più persone possibile per ottenere numeri onnicomprensivi e generici.

Era il 1952 quando nacque il primo standard di taglie.

Da allora siamo andati sulla Luna, inventato Internet e perfezionato i ristoranti, ma in merito alle taglie la questione è cambiata di poco. Nel 2017 in Europa viene rilasciato l’EN13402, “un sistema di misurazione delle taglie flessibile basato sulle dimensioni corporee e le relative informazioni sull'etichettatura delle taglie per i consumatori, mediante l'uso di un pittogramma di riferimento”, adottato in modo eterogeneo e molto personale da tutti i paesi europei. Tradotto: ognuno lo prende come punto di partenza, ma poi adatta come gli pare. Le donne normali sono la maggioranza tridimensionale che porta in giro cosce, sederi, seni, pance, braccia, e con questo standard ha un rapporto discutibile. Alzi la mano chi non ha comprato due costumi di taglie diverse nello stesso anno, perché i marchi vagano nel mare magnum degli standard a piacimento proprio. Nelle case di moda infatti vi si aderisce come riferimento generico, poi si lavora di marketing su due strade distinte: il vanity sizing, che aggiunge centimetri di tessuto alle taglie tenendo però le denominazioni in modo da illudere chi compra di essere dimagrita, è una di queste. O al contrario si diminuiscono i centimetri di tessuto di ogni taglia ma aumentano le denominazioni, così da far credere che le taglie siano di più. Trucchi che servono a vendere e aggirano il centro della questione, ovvero le misure reali delle donne di oggi.

Ci sono piccoli nuovi esempi di inclusività e ricerca che sorridono alla ricerca del bikini per donne normali. L’avvento del tailor-made e dell’artigianalità specifica per ogni corpo sta diventando un punto d’onore per tanti brand di moda indie, anche nel campo del beachwear. Così i marchi di bikini e costumi da bagno cambiano approccio al concetto di taglie. E per ogni modello si sceglie la strategia vincente dell’adattabilità in grado di accogliere quarte abbondanti, prime scarse di seno, fianchi mediterranei, pance gioiose o addominali tonici senza distinzione se non il gusto personale: “Quando abbiamo iniziato a creare costumi ci siamo chieste a target volevamo rivolgerci: il nostro è donne normali dai 30 ai 70 anni” spiega Veronica Vangelisti co-fondatrice di Feel Me Fab, brand di costumi da bagno made in Italy per donne normali. Una volta individuato quello, capire come realizzare bikini e interi per tutte è stata la sfida successiva. E ci sono riuscite sposando il concetto di adattabilità, con dettagli furbi e naturalmente inclusivi: “Per quanto riguarda il giro seno, avere un nodo davanti o dietro può aiutare a regolare la larghezza. Le spalline, ad esempio, si cerca di accorciarle e adattarle di quel centimetro che permette di avere il fitting giusto”. Lo stesso discorso lo si fa sugli slip, che con strategie di laccetti diventano passepartout. “Ci sono quelli sottili per chi ha gambe più slanciate e non ha problemi a far vedere il fianco. Poi ci sono i nodi più spessi, con fiocchi doppi, e chi ha il fianco basso e morbido lo usa di più. Lo slip poi non deve essere né troppo coprente né poco”. L’altro tema pressante sono le cuciture dei costumi da bagno, che in troppi modelli segnano la pelle o possono dare fastidio: ma esistono cuciture molto più leggere e intelligenti che accompagnano la linea del bikini sul corpo. “Col costume bisogna sentirsi a proprio agio, libere, come una seconda pelle. Stati in spiaggia tutto il giorno, esattamente come indossi un reggiseno, quindi il principio è il comfort: per quanto riguarda le coppe o si usano i pesciolini, una sorta di imbottitura che si può mettere o togliere, o si sceglie un modello col ferretto più o meno scollato che può sostenere meglio, anche per chi ha molto seno”.

Capita anche di vedere dei modelli di costumi da bagno irresistibili ma realizzati solo in taglia unica, e pensare automaticamente che non ci entreranno mai. Eppure se vengono realizzati c’è un motivo preciso: la ricerca sui tessuti superstretch, lavorati in modo da adattarsi il più possibile a fisicità molto diverse. “È un concetto molto tricky” spiega Veronica Vangelisti di Feel me Fab. “A volte da noi tra S e M cambia radicalmente, quel centimetro in più fa la differenza. Giocare sull’aggiustabilità è la chiave”. Prima di scoraggiarsi, provateli comunque: magari è il modello che vi fa sentire felici, a vostro agio, serene sulla battigia come al chiosco per l’aperitivo. E se non fosse così, passate al prossimo.

Ricordando sempre che se un costume non vi entra la colpa è sua, non vostra.

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