Le 25enni indosseranno un abito che Elsa Schiaparelli ha ideato 87 anni fa

Dalla tavolozza di Christian Bérard al flacone di un profumo, orsi imbalsamati e cappe d'artista: come è nato il rosa Schiaparelli, e cosa significa, ancora oggi, secondo Daniel Roseberry.

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julien boudet

Nessun'altro, se non Elsa Schiaparelli, poteva inventarsi quel rosa così acceso. Lo shocking pink o anche rosa Schiaparelli – che il direttore creativo del brand, Daniel Roseberry, ha fatto sfilare in passerella durante la settimana della couture, declinandolo su gonne vaporose come nuvole e borse in pelle lucida e sfrontata – è frutto dell'universo creativo, a tinte forti, di una donna che ha sempre vissuto solo secondo le proprie regole. Padre professore, lo zio Giovanni astronomo, e lo zio Ernesto egittologo, d'altronde, la sua famiglia divisa tra drammaticità partenopea e controllata sobrietà piemontese, era già una bomba ad orologeria che in Elsa ha visto la miccia, accesa. Spedita in un convento della Svizzera per farle passare la strampalata idea di diventare poetessa, poi sposatasi con un conte, William de Wendt de Kerlor, che ovviamente nel tempo libero era teosofo, la vita, le creazioni (dal maglione per donna, che prima di lei, non era considerato un capo di abbigliamento adatto, agli abiti surrealisti con trompe l'oeil e aragoste immaginate da Salvador Dalí, passando per le cerniere di plastica, divenute elemento decorativo), i successi, le amicizie intellettuali, i balli in maschera e le geniali mattane che traslava in pezzi d'interior per i suoi negozi e l'atelier, mettevano di malumore persino una che non aveva bisogno di paragonare i propri risultati a quelli delle altre donne. Era notoria la sua rivalità con Coco Chanel, che, nel tentativo di sminuirla, l'aveva soprannominata con sdegno "l'italiana". Ma ad Elsa, molto probabilmente, importava poco, pochissimo.

Una borsa nel classico rosa Schiaparelli presentata durante la fashion week della Couture
Portia Hunt

Quel rosa così acceso però si posa per la prima volta non sull'organza o sulla seta, ma sul packaging di un profumo, nel 1937. Un risultato, come molti di quelli raggiunti da Elsa Schiaparelli, gioiosamente collaborativo: capace di creare intorno a sé una Corte dei miracoli in salsa dadaista, costituita da artisti e intellettuali che si prestavano senza remore a qualunque intuizione Elsa avesse – come quando si fece dipingere sulle mani dei guanti direttamente da Pablo Picasso o si inventò il papier collé, tessuto simile alla carta stampata sulla quale fece imprimere gli articoli dedicati a lei, scritti da Cecil Beaton – a immaginare la pubblicità della fragranza, Shocking, fu lo scenografo Marcel Vertes, storico illustratore di Vogue tra gli Anni 30 e 40. La forma del flacone – da cui, va detto, Jean Paul Gaultier ha preso più di una ispirazione per la sua fragranza, La Belle – fu invece modellata dalla scultrice Leonor Fini, seguendo le forme conturbanti del busto di Mae West.

Un total look in Rosa Schiaparelli, visto nell’ultima sfilata Couture
Courtesy press office

Apparirà, di conseguenza, anche nelle sue collezioni, come nella celebre cappa da sera Phoebus, oggi oggetto di culto custodito al Musée de la Mode Galliera di Parigi, e contraddistinto da un sole ricamato sulla spalla, disegnato dal pittore Christian Bérard, che si dice sia stato ispiratore primigenio di quel rosa acceso, già da lui usato in molti quadri. L'astuta Elsa, quella cappa, così come molti altri vestiti, l'aveva regalata "free of charge", a Daisy Fellowes, suprema it-girl degli Anni 30, consapevole già della potenza del marketing, e del passaparola.

Alla cromia convertì anche Salvador Dalí, che, come oggetto decorativo per l'atelier dell'amica, dipinse del "rosa Schiap" – come si faceva chiamare, anche se, quando parlava di sé, con un'attitudine surrealista che la contraddistingueva, lo faceva alla terza persona – un orso imbalsamato fornito di cassetti, in un cortocircuito di auto-citazioni da far girare la testa. A dei cassetti, infatti, assomigliavano le tasche di uno dei tailleur creati da Elsa, con bottoni che ricordavano maniglie: un pezzo per il quale si era chiaramente ispirata alla Venere di Milo con cassetti, opera sempre firmata da Dalí. Il motivo della fascinazione verso quella variante accesa del colore sinonimo di una femminilità classica e aggraziata, Elsa la spiegò meglio sul finire della sua vita, con l'autobiografia Shocking life, del 1954. "Il colore apparse di fronte a me, in un lampo. Acceso, impossibile, impudente, pieno di vita, affascinante, come se tutte le luci e gli uccelli e i pesci del mondo si fondessero insieme, un colore che parlava di Cina e Perù, lontano dall'Occidente.

un colore scioccante, puro e concentrato"

E oggi, come appare quel colore agli occhi del texano Daniel Roseberry, il direttore creativo del marchio che ha incantato il pubblico durante l'ultima sfilata couture, riportando in vita l'attitudine surrealista di Elsa, con gioielli come maschere e giochi di volumi?. "Sono nuovo al rosa Schiaparelli", ha raccontato, quando lo si è contattato via mail, "quindi è un continuo percorso di esplorazione. In passato, ho militato dieci anni nell'ufficio stile di Thom Browne, che non utilizzava nella sua palette cromatica quella tonalità, e all'inizio della mia nomina come direttore creativo, non mi piaceva neanche particolarmente. Con il tempo, però, sta diventando una tonalità che sto abbracciando: a pensarci bene, è un colore che dona a tutti, e si adatta facilmente, anche se io lo preferisco in abbinata con il nero. La sfida è però usarlo in un modo che sia coerente con la filosofia Schiap. In effetti, la domanda che mi pongo spesso è: se Elsa fosse viva oggi, cosa direbbe attraverso il linguaggio della moda?". Se però la forza dirompente della cromia era connaturata anche al decennio nel quale Elsa l'ha inventata, quella cupissima degli Anni 30 nel quale quel rosa si stagliava, antagonista, come uno schizzo di ottimismo bobo – quella dei borghesi-bohemien del periodo – oggi la situazione e il ruolo della donna, soggetti ad un riposizionamento rispetto a certe istanze secolari e patriarcali, ne possono ancora trarre giovamento?. "Vero, la couture nella quale opero è di per sé un universo sognante", concede Roseberry "ma deve per forza riflettere, seppur in maniera immaginifica, i tempi e il mondo nel quale è stata sognata. Il rosa Schiaparelli è parte dell'eredità della maison, ma è senza tempo. Più che un colore, è stato espressione del potere creativo di Elsa e della sua individualità femminile fortissima.

E la forza delle donne, oggi, è un argomento ancora contemporaneo".

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