Se la capacità di far parlare di sé, registrare il tempo che passa e i suoi cambiamenti in materia di sensibilità sociale, fossero una disciplina sportiva di quelle ammesse alle Olimpiadi, la moda vincerebbe di default la medaglia d'oro, salendo sul gradino più alto del podio. Una constatazione che arriva a pochi giorni dall'inaugurazione ufficiale dei giochi olimpici di Tokyo 2020 (nel momento nel quale si scrive, l'Italia ha un medagliere di nove titoli, tra i quali un oro, quello di Vito Dell'Aquila nel Taekwondo, e l'argento di Diana Bacosi nel tiro a segno, così come le medaglie di bronzo di Elisa Longo Borghini e Odette Giuffrida rispettivamente nel ciclismo su strada e nel judo). Lo scenario nel quale si svolge la competizione atletica più importante di tutte, in effetti, è drammaticamente diverso, in molti sensi, dal mondo nel quale, nel 2016, si tennero le Olimpiadi del 2016 (in Brasile). Prima c'è stato il movimento del #metoo nato in maniera ufficiale nel 2017 per mano di Alyssa Milano, a seguito della deflagrazione del caso Weinstein; nel frattempo in sotto traccia hanno operato le migliaia di piccole rivoluzioni quotidiane che hanno portato a nuovi assiomi, più democratici, in materia di rappresentazione della bellezza femminile, che prendessero in esame le infinite varietà nelle quali Madre Natura si esprime, dimenticandosi il dogma della taglia (e che hanno portato, tra le altre cose, all'accantonamento degli Angeli di Victoria's Secret, figure mitologiche ma difficilmente ravvisabili nelle strade della città, che persino gli executive del brand di lingerie hanno definito " non più adatte ai tempi"); nel 2020 è stato il momento della rivendicazione dei diritti sociali basilari, destinati a tutti, a prescindere dal colore della pelle: a scatenarla, è stato l'omicidio di George Floyd nel 2020 e le proteste che hanno occupato le piazze delle città di tutto il mondo, quelle organizzate da Black Lives Matter; infine tra incendi che infiammano la California e l'Australia e calotte polari che si sciolgono, l'attenzione sulla necessità imprescindibile di occuparsi del clima, e di mettere un freno all'inquinamento ambientale, ha visto in Greta Thunberg il suo ariete di sfondamento. Tutte istanze che hanno profondamente cambiato il modo nel quale ci approcciamo agli acquisti, allo sfoggio degli stessi sui canali sociali, all'influenza che subiamo, volenti o nolenti, nel momento nel quale scegliamo di desiderare un prodotto specifico: tutte istanze che, in pochissimi giorni giapponesi, hanno trovato una profonda cassa di risonanza. Il caso delle giocatrici di pallamano della Norvegia, multate 150 euro ciascuna (per una cifra complessiva di 1500 euro) per via dei loro pantaloncini, non conformi alle regole – che invece impongono loro di giocare indossando ciò che, in buona sintesi, è la parte inferiore di un bikini – ha scatenato una discussione che, 5 anni fa, non avrebbe mai avuto neanche luogo, e che mira ad identificare ed eradicare quei doppi standard di genere che, per lo stesso motivo, consentono ai loro colleghi uomini di affrontare le maggiori competizioni indossando pantaloncini che possono salire fino a 10 centimetri dal ginocchio, a patto che non siano troppo larghi. Se la stessa portavoce della federazione internazionale di pallamano, Jessica Rockstroh, ha affermato di non conoscere il motivo preciso di tale regola, sostenendo che sarebbe di lì partita una indagine interna, la squadra norvegese ha accettato di pagare la multa, pur ribadendo il suo impegno di lunga data rispetto a regolamenti che, ad un primo sguardo, appaiono semplicemente sessisti e volti alla soddisfazione dello sguardo maschile, più che a delle performance atletiche migliorate, magicamente da un bikini, invece che da un pantaloncino. "La Norvegia è l'unica squadra che ad oggi ha inoltrato una lamentela formale" ha aggiunto Rockstroh parlando con il New York Times, "conosciamo squadre che preferiscono giocare con l'uniforme prescritta dal regolamento, come nel caso dei paesi sud-americani" (aprendo probabilmente un altro futuro incidente diplomatico con tutta quella parte del mondo, considerata implicitamente più a suo agio con una nudità che nulla ha a che fare con la resa atletica). "La Norvegia si lamenta di queste uniformi dal 2006" ha ribattuto Kare Geir Lio, capo della federazione di pallamano norvegese, "ma ad oggi non è cambiato nulla". Un approccio condiviso anche dalle ginnaste tedesche, che hanno deciso di presentarsi alla competizione lasciando a casa il body, e adottando una calzamaglia coprente fino ai piedi: il monopezzo era stato già sfoggiato in occasione degli Europei di ginnastica artistica dello scorso aprile, ed è usato attualmente dai loro parigrado uomini, quindi soddisfa le esigenze atletiche richieste dai giochi. La tuta in questione, oltre ad evitare i problemi tecnici che incorrevano frequentemente con i body – che durante volteggi o acrobazie possono spostarsi e creare imbarazzo nelle atlete, a cui è proibito, per regolamento, di sistemarseli durante le esibizioni, pena la riduzione dei punti – e pone fine, secondo la ginnasta tedesca Sarah Voss, alla sessualizzazione dei corpi delle atlete in gara. Una frase tanto più dolente, se si pensa alle ultime Olimpiadi, dopo le quali scoppiò il caso Larry Nassar, il medico-mostro, fisioterapista della nazionale statunitense, condannato nel 2018 a 200 anni di carcere per abusi sessuali su centinaia di atlete, molte delle quali minorenni. E regolamenti vetusti, che non includono la possibilità che a gareggiare, alla pari con gli altri atleti, siano anche persone di colore, sono anche quelli che proibiscono l'utilizzo in vasca di cuffie diverse da quelle regolamentari non per costruzione tessile – sempre di silicone si tratta – ma per grandezza: i Soul Cap, brevettati nel 2017 dagli inglesi Michael Chapman and Toks Ahmed-Salawudeen sono costruiti per permettere anche ai nuotatori con capigliature più voluminose, trecce e afro, di scivolare facilmente e senza intoppi tra le corsie delle piscine.

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I due fondatori – che tra le loro ambasciatrici inglobano Alice Dearing, la prima donna di colore che rappresenta la Gran Bretagna del nuoto alle Olimpiadi – avevano inoltrato la richiesta ufficiale per registrare il loro prodotto alla FINA (la Federazione Internazionale del Nuoto), di modo da poterne permettere l'uso già durante i giochi olimpici. La richiesta era stata inizialmente respinta, con motivazioni che avevano, ragionevolmente, causato delle reazioni accese. Secondo quanto detto dalla FINA alla BBC, i Soul Cap "non seguono la normale forma della testa", come se la normale forma della testa avesse delle misure decise al millimetro, e la natura non si esprimesse invece, in una variabile infinita, nel cranio e soprattutto, sopra di esso, ma anche che "nessun nuotatore in gara ad una competizione internazionale ha mai usato, o richiesto di usare, cuffie di questa dimensione". Si è sempre fatto così, insomma, non è il caso di cambiare adesso. Le critiche scatenatesi online hanno probabilmente condotto la FINA a più miti consigli, dato che la Federazione sta attualmente riesaminando il caso, e una loro dichiarazione del 2 luglio ha stabilito che "ci impegniamo per garantire che tutti gli atleti abbiano accesso ad abbigliamento e accessori adatti alla competizione, nella misura nella quale l'attrezzatura non conferisca un vantaggio nella competizione: stiamo attualmente valutando la richiesta di Soul Cap e di prodotti similari, comprendendo l'importanza dell'inclusività e della rappresentazione". E non si tratta qui, (soltanto) di un accessorio che potrà permettere ai nuotatori di colore di gareggiare nelle maggiori competizioni mondiali, ma anche a livello più ampio, di concedere ad un'intera categoria l'accesso in acqua, e l'apprendimento dell'arte del nuoto: secondo uno studio del 2020 dell'International Journal of Aquatic Research and Education, l'esclusione sistematica dalle piscine pubbliche causata da capelli troppo voluminosi, incapaci di entrare in una cuffia classica, porta i ragazzi di colore a rischiare l'annegamento più del doppio dei loro coetanei bianchi (la percentuale è di 2,6 volte maggiore), considerato che il nuoto non è solo uno sport, ma anche un'abilità potenzialmente salvavita in situazioni di pericolo. Come la situazione si evolverà, ce lo diranno solo i prossimi giorni, ma la "rappresentazione", come argomento, ha già visto una vittoria nella squadra della Liberia, uno dei paesi più poveri al mondo secondo la Banca Mondiale, privo di medaglie dal 1956, anno della sua prima Olimpiade. Dopo decadi di difficoltà nel trovare uno sponsor che credesse nelle loro potenzialità, fornendogli scarpe e abbigliamento tecnico adatto ad affrontare la competizione – il 2000 è stato l'ultimo anno nel quale il team ha ricevuto il sostegno di New Balance – la situazione apparentemente disperata ha visto l'arrivo in scena, a sorpresa, di Telfar Clemens, il nuovo wunderkind della moda americana, che è nato proprio in Liberia, paese che ha lasciato con la sua famiglia quando aveva 5 anni, per sfuggire ad una guerra civile che metteva in pericolo la vita di molti. Dopo esser stato contattato dalla federazione sportiva del paese, il creativo insieme al suo partner commerciale Babak Radboy ha realizzato che questa poteva essere l'occasione perfetta non solo per omaggiare il suo paese d'origine, che ha visitato lo scorso anno per la prima volta dal 1990, ma anche per espandere la sua offerta commerciale con l'abbigliamento sportivo, un'opportunità che stava valutando da parecchio. Le uniformi create per gli atleti della Liberia, che hanno sfilato orgogliosamente alla cerimonia di apertura, riflettono il motto di Clemens "it's not for you, it's for everyone", e applicano i dettami di inclusività e fuidità anche all'abbigliamento sportivo: le tute appaiono dei top monospalla, i pantaloni sembrano maxi gonne (un ragionamento nato dal fatto che, come ha notato Clemens "in Liberia la maggior parte dei vestiti disponibili sono quelli di seconda mano che arrivano dal mondo occidentale, e di conseguenza ci si adatta ad indossare cose della taglia sbagliata, troppo piccola o troppo larga, perché nulla di ciò che è disponibile nei negozi, è mai stato davvero pensato per gli abitanti del paese"). L'abbigliamento per la competizione, per quanto eclettico – soddisfa però i requisiti tecnici per potersi definire come "sportswear", ponendo Telfar Clemens nello stesso universo di appartenenza di brand come Nike e Adidas, rivoluzionandone però la semiotica. Le uniformi realizzate per la Liberia saranno vendute, come tutti i prodotti Telfar Clemens, tramite drop sul suo sito divenendo un classico non soggetto alle stagioni, e sancendo il suo ingresso nel mondo dello sportwear.

Jill Biden il 24 luglio, durante la prima giornata dei giochi olimpici a Tokyo
Ian MacNicolGetty Images

Quello che succede sugli spalti, però, non è meno importante di quello che succede sulle piste, almeno quando si tratta della first lady Jill Biden: il suo guardaroba in occasione dei Giochi Olimpici, che rappresentano comunque il suo primo viaggio diplomatico in solitaria, ha ispirato un pezzo del New York Times di Vanessa Friedman, e non per i motivi che potremmo aspettarci. La professoressa Biden, infatti, analizzando i suoi 4 giorni all'estero, ha indossato solo un completo nuovo di pacca, ossia la giacca navy e i pantaloni disegnati da Ralph Lauren come divisa ufficiale del team olimpico. Il resto del guardaroba che ha portato con sé per presenziare a eventi e cene formali? Già visto, già usato, e non in occasioni private e familiari dove nessun fotografo aveva mai avuto possibilità di immortalarla, ma a cene di gala ed eventi ufficiali previsti dai cerimoniali della Casa Bianca. Tutti abiti disegnati, ovviamente, da designer americani – tenendo fede all'impegno di promuovere creativi locali già mostrato durante la cerimonia d'insediamento – ma già sfoggiati, come il vestito di Narciso Rodriguez con cappa rossa, usato per l'arrivo a Tokyo, e che aveva già messo in occasione di un viaggio fatto a giugno con il Dr. Fauci, per raggiungere un hub vaccinale in Florida. Nello stesso stile, il vestito floreale di Tom Ford che ha scelto per la cena ufficiale con il primo ministro giapponese Yoshihide Suga e sua moglie Mariko, era stato già sfoggiato in Inghilterra al G7 a giugno. Una scelta che potrebbe sembrare di importanza periferica per una donna che "non ha una stylist" come ha affermato nella sua intervista a Vogue US, ma che invece, durante un evento privo di pubblico, la mette al centro del palcoscenico, mostrando come sia possibile, anche per la prima donna degli Stati Uniti, re-indossare vestiti ai quali, probabilmente si è affezionata e che la fanno sentire a suo agio. Nello stesso tempo, la scelta sposa il programma di sostenibilità iniziato dal marito, argomento di scottante attualità che vede negli eccessi della produzione della moda – e nella cultura ad essa legata, quella che ci vuole sempre, costantemente, con indosso abiti nuovi, da sfoggiare una volta sola, per poi farli scomparire in fondo all'armadio – un grande colpevole. Sì, il mondo è cambiato radicalmente, in più di un senso, negli scorsi 5 anni: una parabola che, a queste Olimpiadi, nessuno sta raccontando meglio dei vestiti.