I casting più belli, inclusivi, onesti visti alla Milano Fashion Week

Dalle danzatrici aliene di Alessandro Vigilante alla gioventù punk di Marco Rambaldi passando per i rivoluzionari di Act N °1: i volti e i corpi sulle passerelle degli emergenti, ci spediscono in un futuro che è già qui.

Riflessioni, panel, incontri e retreat di risveglio culturale e sociale, al fine di ritrovare se stessi e un contatto con la realtà – neanche Don Draper sul finale di Mad Men, quando (spoiler) l'idea pubblicitaria definitiva arriva durante un om e l'altro, negli anni del flower power. Complici i ritmi rallentati della pandemia, l'ondata di body positivity con hashtag virali e campagne di awareness globali, la moda si è trovata (costretta?) a riflettere sull'idea di umanità che promulgava, e aggiornarla al 2021. O almeno così sembrava raccontare in occasione del catwalk in mondo visione tramite Instagram, di forme e colori quanto più possibili inclusivi. Alla prova del nove, nella prima fashion week in presenza post-Covid, a guadagnarsi gli onori delle cronache, non sono state però, le grandi maison, carrozzoni gargantueschi e nei quali cambiamenti epocali – ma attesi e ormai obbligatori – ci mettono più tempo ad attecchire, ma i brand più giovani, a loro agio con l'idea di rivoluzionare un sistema e adeguarlo a un nuovo sentire, del quale sono testimoni e portatori sani, da ben prima che la parola "diversità" si usasse solo in inglese, come sinonimo di democrazia umana. Così, da Marco Rambaldi, va in scena un'idea di sorellanza sovversiva che non conosce canoni estetici, ma solo morali.

Un’uscita della sfilata di Marco Rambaldi
MARCUS TONDO

E lo fa, guardando al lavoro dell'Atlantide Occupata, centro sociale bolognese – città di provenienza del giovane creativo – nel quale si è praticato, dal finire degli anni '90 fino al 2015, la religione assolutista dell'autodeterminazione femminista e LGBTQI+, usando un casting nel quale identità e corpi diversi raccontano la stessa storia di liberazione. Così, coppie di donne che appaiono consanguinee – forse lo sono, forse no – ma di età diverse, camminano serene per i cortili del chiostro di via Cappuccio; corpi floridi si espongono orogliosi e punk, in avvolgenti tute color carne o camicie indossate come minidress – a rimarcare delle fisicità (giustamente) orgogliose, prive di vergogna – e i lemmi estetici di Rambaldi si adagiano, senza fare un plissé, anche sui corpi degli uomini in passerella, che ostentano minidress floreali ricamati all'uncinetto, o capispalla "bestiali", tele bianco ottico sulle quali campeggia un drago, come nel caso di quello indossato da Milovan Farronato, punta di diamante della curatela italiana e special guest di questo défilé. Un vocabolario umano e divino, che trasforma il casting in infinite versioni delle Pizie greche, venute da un futuro distopico a raccontarci un universo nel quale il corpo è finalmente liberato: tutti assunti che, a onor del vero, Marco Rambaldi professa da ben più di una stagione. A essere d'accordo, seguendo lemmi estetici che appaiono leziosi e piacevolmente fané, e invece risultano, miracolosamente contemporanei, sono Galib Gassanoff e Luca Lin, le menti dietro il progetto di Act N°1, firme stilistiche di un brand naturalmente multiculturale, per via delle origini geografiche dei suoi padri, e che riflette, tra ruches e fiocchi e vestiti come sculture, su una condizione femminile ancora, sfortunatamente, ingabbiata da circostanze e retaggi culturali: gabbie e corsetti ottocenteschi sinonimo di costrizione dal quale, su un finale assai scenografico, le loro modelle si liberano, salendo, in alcuni casi, sulle punte, più arabe fenici che cigni sulle battute finali di un famoso ballo. Vestiti come simboli – ruches su giacche e felpe a ricordare la pratica criminale dei matrimoni in età infantile – che non possono che essere indossati da volti, e corpi, che incarnano un discorso di bruciante attualità, ancora incapace di accettare la molteplicità della bellezza senza volerla costringere ad un appiattimento, ad un canone massificato e imperante.

L’uscita di Giulia Alleonato sulla passerella di Act n°1
Victor BoykoGetty Images

Un senso di comunità tribale, espresso attraverso rituali coreutici di purificazione, un tarantismo à la Pina Bausch, permea invece il casting di Alessandro Vigilante, che per la sua collezione, chiamata non a caso Body rebirth, crea vestiti aderenti come una seconda pelle, fatti per danzare, esorcizzando i propri demoni personali, e messi indosso a corpi dai volti e dalla potenza pressoché aliena, segnati dalla vita eppure senza tempo, ologrammi ieratici propulsori di un esoterismo danzato, che poco si interessa dei dati anagrafici e molto di più delle storie e delle testimonianze che quel corpo porta sul palco (del teatro, della vita, tutto si confonde nell'esuberanza della performance danzata).

Alessandro Vigilante s/s 2022
courtesy press office

Si dichiarano "nativi fluidi e digitali, punk e multietnici", le molte anime che compongono Vitelli, collettivo di giovani artigiani che propongono collezioni realizzate con gli scarti dell'industria modaiola, concentrandosi sulla maglieria, categoria apparentemente limitante nella sua espressione e declinazione e che invece qui si fa tela non tanto di abiti, quanto di espressioni umane. Volti e corpi diventano mappe geografiche di un viaggio alla ricerca di sé, alla maniera dell'hippie trail degli Anni '70, viaggio di formazione intrapreso dai figli dei fiori, tra Khabul e Goa, nel quale confini e identità si mischiano, in un meltin-pot valoriale nel quale il modello unico di riferimento (anche e soprattutto corporeo) si diluisce, a favore di una molteplicità di espressioni, priva di colonizzazioni culturali ed estetiche. Certo, a moltiplicare il concetto ad libitum – grazie alla sua cassa di risonanza dalla potenza mondiale – è Versace, che, sia nella collaborazione con il Fendi di Kim Jones, che nella sua sfilata, ha ribadito la sua dedizione ormai decennale al corpo delle donne, esposto e però mai scrutato, giudicato, ma celebrato con l'occhio adorante di Gianni, di cui oggi Donatella è la migliore erede. Tra le mannequin, spicca Precious Lee (già testimonial della maison): amazzone di un'estetica contaminata, a metà tra la greca e la doppia F, guerriera di spicco nelle fila di un movimento per la liberazione dei corpi delle donne da imperativi estetici decisi altrove, distanti dall'hic et nunc, Donatella Versace (e Kim Jones) affidano a lei, il compito di riassumere, nello spazio di qualche falcata, il futuro del brand. Certo però, a guardare le nuove leve, e le dichiarazioni di stile promulgate, con decisione e coerenza, da qualche stagione a questa parte, si potrebbe loro dire, che sono/siamo, in buone mani.

Precious Lee sulla passerella di Versace by Fendi
courtesy Press office
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